lunedì 19 maggio 2008

Esame di Maturità - Luglio 1968


I ragazzi del "49", (insieme a quei pochi furbi del "50" che erano andati a scuola a 5 anni), sono (siamo) quegli eroi dimenticati che sono riusciti per tutta la vita scolastica a galleggiare come provetti surfisti sull'onda prepotente delle riforme, senza mai farsi raggiungere.
Oltre agli esami di seconda e di quinta elementare, furono fra gli ultimi a sostenere l'impegnativo esame di stato di ammissione alle medie (abolito nel 1963) e gli ultimissimi ad affrontare, nel 1968, l'esame di maturità vecchia maniera (abolito l'anno dopo): 5 scritti, 9 orali, un solo membro interno, riparazioni a settembre.
L'anno seguente il ministro Sullo avrebbe esteso la maturità dai soli licei a tutte le scuole secondarie, che davano ormai diritto all'accesso ad ogni facoltà universitaria, e avrebbe modificato l'esame rendendolo, per i candidati interni, una scontata formalità e togliendo agli studenti quel pathos inenarrabile che noi ultimi fortunati potemmo invece ancora gustare e che tuttora ricordiamo con nostalgia.
Dopo un giugno di intensa strizza e passione, nei primi giorni di luglio si svolsero i cinque scritti
in cinque giorni diversi:
martedì 2 luglio  -  Italiano (vedi oltre i titoli dei 3 temi)
mercoledì 3 luglio - Latino (versione dal latino) - Cicerone: "Lettera ad un amico che si era ritirato a vita privata a sessant'anni"
giovedì 4 luglio - Matematica (sia ABC un triangolo... vedi a lato)
venerdì 5 luglio - Inglese (dall'inglese - vari brani brevi )
sabato 6 luglio - Disegno (copia di una fotografia e relazione)
Il buon Gelli aveva scritto all'interno del quadretto, che conteneva la foto di cui si doveva fare la copia, gli estremi che ne permettevano di fare la relazione. CL.

Fra gli scritti e gli orali si passò tutto luglio a studiare e ripassare.
A Storia, Filosofia, Scienze e Fisica che erano state quasi del tutto abbandonate negli ultimi mesi, furono dedicate quattro mezze giornate di preparazione sui benemeriti e mai abbastanza lodati Bignami.
Versione dal latino del Liceo Classico
Gli esami orali furono suddivisi in due giornate (letterari e scientifici):
Italiano
Latino
Storia e educazione civica  - Filosofia
Inglese
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Matematica
Fisica
Scienze naturali, chimica e geografia

Educazione Fisica
L'impegno emotivo di quest'esame fu tale che il cervello ha successivamente cancellato quasi ogni suo ricordo.
Le tracce dei temi di italiano del 1968

Di tutti ricordo solo la prova di esame di Educazione Fisica (l'unica pro forma):
si svolse nel corridoio delle aule e consistette, nel mio caso, nel mimare a corpo libero (senza attrezzo) il lancio sia del peso che del disco. Maturato a pieni voti.

Campeggio post-esame a torre del lago PPO Bubu Dom Pierino chi altri ? Forse c'era anche Aldo con la Lambretta. E' li che un topo morse il naso di notte al PPO?
All’esame di maturità fui rimandato a settembre a fisica. Facendomi i complimenti, mi dissero che a memoria dei professori non si ricordava di qualcuno che alla maturità fosse riuscito ad andare a settembre ad una sola materia orale.

Fra i partecipanti si notano Dom e Albert
Per prepararmi meglio all’esame di riparazione decisi di confermare la mia partecipazione al “Corso di cultura aeronautica” a cui, unico della classe insieme al Bubu e al Bonfi, mi ero iscritto in primavera, abboccando alla propaganda dell’Aeronautica Militare.
Bubu che doveva preparare per settembre italiano, latino, matematica, inglese e non so che altro, pensò bene di rinunziare. Io e Bonfi, invece, partimmo in treno per Gorizia il 18 di agosto, attraversando l’Italia deserta in una domenica di afa desolata. Alla stazione di Gorizia fummo presi in consegna dall’Aeronautica Militare che ci portò in caserma e ci militarizzò subito a suon di adunate e predicozzi. Io fui assegnato alla gloriosa (?) Squadra di volo "EOLO".
Eravamo un centinaio e per tutta la settimana ci assillarono con lezioni teoriche, prove di valutazione e visite ai sacrari militari di Oslavia e Redipuglia. Gli unici momenti elettrizzanti furono la visita alla pattuglia acrobatica a Rivolto e le tre prove di volo.
Gli aerei erano tre vecchi Piaggio P-148 del 1951, chiamati confidenzialmente “Piaggini”, attrezzati con i doppi comandi. Il martedì mattina ci fu il primo volo di ambientamento, nel quale l’istruttore non ci fece neppure mettere la mani sui comandi. Durò all’incirca dieci minuti e non si superarono i 150 metri di altezza. Ci avevano dotato di un paracadute che puzzava di muffa e chiarito la procedure di lancio.
Nel caso che l’aereo avesse iniziato a precipitare avremmo dovuto nell’ordine:
1) Sganciare il tettino in plexiglass
2) Sganciare le cinture di sicurezza.
3) Uscire carponi dalla cabina e montare sull’ala
4) Sedersi sull’ala, con le gambe penzoloni, voltati all’indietro
5) Buttarsi di sotto stando attenti a non incocciare coi denti negli alettoni di coda
6) Conteggiare a voce alta: 121, 122, 123
7) Tirare la maniglia di apertura del paracadute.
L’istruttore ci chiarì subito che tutta la procedura, al di sotto dei 500 metri di quota non aveva alcun senso. Volando a 150 metri di altezza, se l’aereo fosse precipitato ci saremmo schiantati per terra prima ancora di essere riusciti a sedersi sull’ala. Ovviamente la notizia ci dette grande conforto.
La mattina dopo mentre con gli autobus si andava all’aeroporto si diffuse la voce che nella notte i russi avevano invaso la Cecoslovacchia e spazzato via la primavera di Dubceck e il suo socialismo dal volto umano. Ricordo ancora la tristezza e la rabbia per quelle notizie che monopolizzarono anche i giorni seguenti.
Dopo il secondo volo dove avevamo tenuto l’aereo in volo con le nostre mani e manovrato, compiendo piccole virate, cabrate e picchiate, il giovedì era in programma l’ultimo volo dove, forse, avremmo provato anche decollo e atterragio.
Fui uno dei primi a volare e tutto andò benissimo, compreso l’atterraggio che l’istruttore mi lasciò fare praticamente da solo. Poi toccava al Bonfi e lo vidi bene mentre entrava in cabina con l’istruttore, chiudeva la capotta e poi mentre rullava sulla pista accelerando per il decollo.
Fu allora che successe il patatrac.
Seppi dopo che il Bonfi, nell’agitazione del momento, entrando in cabina, si era seduto malamente sul sedile di pilotaggio, rimanendo incastrato con il paracadute contro la spalliera. Sentendosi scomodo, aveva cercato di raddrizzarsi e per farlo non aveva trovato di meglio che attaccarsi con la mano destra alla comoda maniglia rossa posta sopra al suo capo, cercando di tirarsi su.
Ci avevano spiegato a teoria e ancor meglio nei primi due voli che quella maniglia era dipinta di rosso perché non andava mai toccata, salvo e unicamente nel caso di gravissima emergenza, dopo aver deciso di buttarsi col paracadute.
Il Bonfi si era scordato di tutto e così con un veloce e plastico movimento, che l’istruttore non fece in tempo a impedire, fece scattare l'apertura del tettuccio della cabina che uscì dalle guide e volò via. L’aereo era in fase di decollo, ma la sua velocità era ancora relativamente modesta e così il tettuccio prese in pieno la coda, sfasciandola. L’istruttore accortosi con raccapriccio di quanto stava capitando, tolse gas e inchiodò i freni, riuscendo, dopo paurose sbandate, a fermare l’aereo di traverso proprio al termine della pista.
I risultati noti di questa notevole prestazione furono i seguenti.
Un aereo fuori uso, con danni per centinaia di migliaia di lire, la prova di volo interrotta fra bestemmie e accidenti, il nostro rientro in caserma con il Bonfi tradotto sottoscorta e la sua successiva immediata espulsione da tutti gli aereoporti d'Italia, con trasferimento in stazione e consegna del foglio di via su vagone piombato.
Il successivo sabato 24 agosto, terminato il corso, ci furono consegnati gli attestati e altra cianfrusaglia varia e si fu rispediti a casa in treno.
Temprato da tale formativa esperienza, pochi giorni dopo, a settembre, fui in grado di ottenere una brillante riparazione a fisica.

Martedì 2 luglio 1968 - Maturità scientifica - Tema d'italiano
mercoledì 3 luglio 1968 - Maturità scientifica - Versione dal Latino
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Anno 1968 (I sess.) - maturità classica
Autore Seneca
Tratto dall’Opera Lettere, 43, 2-5
Titolo Chi è onesto non ha mai nulla da nascondere

Quidquid inter vicina eminet magnum est illic ubi eminet; nam magnitudo non habet modum certum: comparatio illam aut tollit aut deprimit.
Navis quae in flumine magna est in mari parvula est; gubernaculum quod alteri navi magnum alteri exiguum est.
Tu nunc in provincia, licet contemnas ipse te, magnus es.
Quid agas, quemadmodum cenes, quemadmodum dormias, quaeritur, scitur: eo tibi diligentius vivendum est.
Tunc autem felicem esse te iudica, cum poteris in publico vivere, cum te parietes tui tegent, non abscondent, quos plerumque circumdatos nobis iudicamus non ut tutius vivamus, sed ut peccemus occultius.
Rem dicam ex qua mores aestimes nostros: vix quemquam invenies qui possit aperto ostio vivere.
Ianitores conscientia nostra, non superbia opposuit: sic vivimus ut deprendi sit subito aspici.
Quid autem prodest recondere se et oculos hominum auresque vitare?
Bona conscientia turbam advocat, mala etiam in solitudine anxia atque sollicita est.
Si honesta sunt quae facis, omnes sciant; si turpia, quid refert neminem scire cum tu scias?
O te miserum si contemnis hunc testem!
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Tutto quello che si differenzia da ciò che lo circonda, in quell'ambito è grande; la grandezza non ha una misura definita: il confronto la innalza o la sminuisce.
Un'imbarcazione che sul fiume sembra grande, diventa piccola in mare; un timone, grande per una nave, è piccolo per un'altra.
Ora tu in provincia, anche se ti sminuisci, sei grande.
La gente vuol informarsi, e sa, che cosa fai, come mangi, come dormi: devi perciò vivere con più cautela.
Considerati felice solo quando potrai vivere in pubblico, quando le pareti serviranno a ripararti, non a nasconderti; di solito, invece, pensiamo di averle intorno non per una nostra maggiore sicurezza, ma per nascondere meglio i nostri peccati.
Ti dirò una cosa dalla quale potrai giudicare la nostra moralità: non ti sarà facile trovare uno in grado di vivere con la porta aperta.
I guardiani di fronte alle porte di casa non ce li ha fatti mettere la superbia, ma la nostra cattiva coscienza: viviamo in modo tale che essere visti all'improvviso significa essere colti in fallo.
Ma a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo?
La buona coscienza chiama a sé la gente, quella cattiva è ansiosa e preoccupata anche in solitudine.
Se le tue azioni sono oneste, le sappiano tutti; se vergognose, che importa che nessuno le conosca, se tu le conosci?
Povero te, se non tieni conto di questo testimone!

Che passi da gigante (all'indietro) che ha fatto l'etica in duemila anni !
Altro che ossessione per la privacy !
Che avrebbe detto il buon Seneca se fosse vissuto oggi ?
Non credo che avrebbe fatto tante tragedie per qualche intercettazione telefonica.
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3 commenti:

sherry jiang ha detto...
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Zhu Y ha detto...
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Amy Carry ha detto...

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